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giovedì 1 settembre 2016

Un Dio diverso


Gli eventi di questi giorni ci interpellano, le domande si rincorrono. Dio e la morte degli innocenti; cosa si può dire?
"Dio non può essere usato come un capro espiatorio", è la raccomandazione del  vescovo di Rieti. E' molto facile infatti rivolgere lo sgomento e il dolore contro di Lui.
Vi propongo l'ultima parte dell'editoriale di Avvenire del 28 agosto di Luigino Bruni per invitarvi a cogliere la profonda differenza tra il Dio di cui ci parla la Bibbia, cioè il Dio della Rivelazione, e l'idea di dio frutto invece delle nostre proiezioni.

«Per credere in un Dio onnipotente e perfettissimo non c’era bisogno della rivelazione, bastava il naturale senso religioso o idolatrico. La Bibbia e poi l’incarnazione ci hanno rivelato un’altra idea di onnipotenza e di perfezione, ci hanno svelato un altro Dio, che si sorprende e si commuove nel vedere un figlio tornare a casa, che si sdegna per la nostra cattiveria imprevista, che rimane stupito per la fedeltà estrema di Abramo e per l’infedeltà estrema di Giuda.
Molti problemi della nostra teologia – e del nostro ateismo – dipendono dall'aver costruito un’idea di Dio astratta, perché troppo distante dalla Bibbia e dalle ferite dalla storia. Il Dio che conosciamo nella Bibbia ha sempre avuto bisogno della cooperazione libera degli uomini, degli alberi (fico), degli animali (asina di Balaam), rivelandoci una onnipotenza che ha bisogno del ‘sì’ di una giovane donna per poter diventare bambino.
Il dio astrattamente onnipotente delle filosofie, di alcune teologie e di qualche catechismo, produce soltanto un vano senso di onnipotenza nei suoi credenti e l’ateismo di chi gli chiede conto della figlia di Iefte, di Ismaele, di Dina, di Esaù, dei beniaminiti, delle due Tamar, di Uria l’ittita, di Abele, di Rachele che piange e non vuole essere consolata perché i suoi figli non ci sono più, della madre dei maccabei, di un crocifisso che non scende dalla croce e che muore veramente, quindi senza la certezza che sarebbe risorto – anche se le varie forme di gnosi hanno sempre cercato (e cercano) di mostrarci un Cristo che faceva finta di morire, e che quindi faceva anche finta di risorgere.
Quel dio astrattamente onnipotente non può che implodere di fronte ai tanti Giairo e alle tante vedove di Naim che non vedono i loro bambini morti risorgere, di fronte alle Marta e Maria che non riottengono il fratello dalla tomba, davanti ai crocifissi che non giungono al ‘primo giorno dopo il sabato’.
Il cristianesimo diventa pieno umanesimo, forse il più grande di tutti, finché sa stare (stabat) dentro il sabato santo, senza saltare troppo velocemente dal Golgota al sepolcro vuoto. Se dimentichiamo che dopo il venerdì c’è il sabato (non la domenica), non sappiamo chiamare per nome i nostri dolori, i dolori degli altri, costruiamo domeniche artificiali, e trasformiamo la passione in una fiction che non salva nessuno.
E’ il sabato il giorno della storia umana: il tempo del figlio morto, il tempo delle donne che ungono il corpo di un crocifisso, il tempo degli abbracci. È solo qui che possiamo veramente incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo, ungere le nostre e loro ferite, piangere con i nostri compagni e compagne di viaggio, imparare la fraternità del sabato santo. E poi, insieme, attendere e sperare in un altro giorno: “In quel giorno avverrà che il Signore ti libererà dalle tue pene e dal tuo affanno” (Isaia 14,3).

lunedì 8 agosto 2016

sabato 6 agosto 2016

Essere custodi

«La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire. Ma ancora di più il nostro tesoro d’oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie. 
Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi! Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita. Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza».
Ermes Ronchi, nella rubrica Il Vangelo, in Avvenire del 4 agosto 2016


giovedì 28 luglio 2016

Lo sciupio di una vita

Vite spezzate da chi non ha rispetto per la vita, da chi antepone l'ideologia (ma di questo si tratta? o è rancore? invidia? o cos'altro?) alla pietà e al decoro.
Qualche tempo fa leggevo della morte di Provenzano, un capo mafioso. Voglio riportarvi la riflessione di don Maurizio Patriciello su Avvenire del 14 luglio 2016.
Le sue parole possono essere applicate a tutti quelli che hanno scelto la via del male. Così facendo sciupano la loro vita e, purtroppo, distruggono anche la vita degli altri.

[...] «Che peccato» mi ritrovo a farfugliare. «In che senso, che peccato?» mi chiede il mio confratello. Che peccato, lo svolgersi della vita di quest’uomo che tanto male ha fatto a se stesso e agli altri. Che peccato lo sciupìo di un’intelligenza che non ha saputo farsi cultura, impegno, passione per migliorare se stesso, la Sicilia e l’Italia. Che peccato la fine di questa parabola. Che brutta vecchiaia. Che orrenda morte. Si è spento lentamente. Solo. Senza le coccole che i vecchi ricevono dai loro nipotini. Senza la compagnia dei vecchi amici che richiamano alla memoria i tempi passati. Senza il conforto della coscienza che ti dice: «Hai agito per il bene. Devi esserne orgoglioso. Al di là di quello che la gente pensa o capisce. Hai creduto in Dio, adesso lo vai a godere per l’eternità». Bernardo Provenzano. Aveva tre anni in meno del suo vecchio amico Totò Riina. Come lui era nato a Corleone. Come lui aveva patito fame e ingiustizie. Come lui era dotato di una intelligenza viva, sveglia. Parlava poco, Provenzano. A differenza dell’altro amico, Luciano Liggio, che volentieri si lasciava andare, lui non amava aprirsi. Fin da giovane, con Riina si comprendeva con un solo sguardo. Hanno fatto male. Si sono fatti male. Hanno lasciato ai figli una tristissima eredità. Che peccato, il cedere al peccato. Che peccato, l’uomo che abdica alla sua dignità di uomo. Che peccato questa bramosia di possesso e di potere. Illogica, stupida, pericolosa. Le sue imprese, per niente coraggiose, sono conosciute da tutti. Non vale la pena ricordarle. Anche lui avrà l’onore di essere ricordato dalla storia. Le nuove generazioni verranno a conoscenza del suo nome e delle sue malefatte. Ma non lo invidieranno. Non ne avranno stima. Non lo ameranno. Un mafioso. Bernando Provenzano, deceduto mentre scontava il carcere duro, il 13 luglio del 2016, a 83 anni. Un mafioso che amava leggere la Bibbia. Chissà perché. Chissà che cosa cercava in quelle pagine. Chissà che cosa vi trovava. E nella Bibbia amava nascondere i suoi “pizzini”. Lo trovarono in un casolare. Nascosto come un animale randagio. Come Michele Zagaria, il capo della camorra cosiddetta dei Casalesi. Costui nascosto in un modernissimo bunker. Di cemento armato. Hanno ammassato una ricchezza immensa. Hanno ridotto alla fame intere generazioni. Hanno versato sangue. Tanto, tanto sangue. Sono stati trascinati in un delirio di onnipotenza impressionante. Hanno creduto di essere diventati dei. Non si sono accorti che dei lo erano davvero. Che il Dio nel quale dicevano di credere li aveva fatti immensi. Che erano uomini creati a immagine e somiglianza del Creatore del cielo e della terra. Esce di scena, Provenzano. [...] Si avvia all'altra vita, l’uomo che per decenni ha tenuto nel morso della paura tanti suoi fratelli in umanità. E adesso, signor Provenzano? Ne valeva la pena? Adesso che sei nel mistero e guardi con gli occhi dell’eternità questa povera e stupenda umanità, dimmi, ne valeva la pena? Ne è valsa la pena? Non sapevi che il male parte già sconfitto? Non sapevi che la mafia è il male assoluto? Il male non vince. Non può vincere. Non vincerà. E chi del male si fa paladino è un vigliacco che ha già perduto la sua scommessa con la vita. E tu, fratello, hai perduto tutto. Che peccato! Avresti potuto fare chissà quante cose belle. Lavorare con le tue mani. Mangiare il pane guadagnato con il sudore della tua fronte. E poi guardare negli occhi i figli e dire: «Non abbiate paura di imitarmi, sono stato un uomo onesto». Hai preferito mangiare pane velenoso. Pane che non sazia. Pane avvelenato. Hai perduto la grande scommessa con la vita. Adesso sei nelle mani del buon Dio. Anche se ti sembra strano, anche se non riesci a crederlo, sappi che c’è gente che pregherà per la tua anima.



domenica 17 luglio 2016

L'esperienza religiosa deve essere dono per tutti

Alla luce di quanto accaduto una frase su cui riflettere.

«L’autentica esperienza religiosa è un dono per tutti, anche per chi la fede non ce l’ha, o ne ha una diversa. Al di fuori di questo dono gratuito, c’è solo barbarie, idolatria, auto-inganno, consumismo emotivo, ricerca di potere e di denaro. In questo nostro tempo di profonda crisi delle religioni e delle fedi, dobbiamo tornare a parlare bene dello spirito religioso, a dirne buone parole, a bene-dirlo. È solo la buona spiritualità che può curare le malattie e le perversioni delle religioni. Un mondo senza fedi e religioni sarebbe soltanto un luogo infinitamente più povero».
L. Bruni, in Avvenire del 10 luglio 2016

Palazzo dell' ONU a New York: l'epigrafe che riporta Isaia 2,4
«Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra». 

martedì 12 luglio 2016

Il racconto di un anno

Ho sistemato le unità realizzate in questo anno scolastico. Mi piace ripensare il mio lavoro, soprattutto per rendermi conto di quanto avrei potuto fare (e non ho fatto) e di quello che avrei potuto, invece, risparmiare agli alunni. Inserire questo lavoro nel blog è un modo per non perderlo (visto che sono imbattibile in questo), ma anche per mettermi in gioco. Non penso tanto al contributo che potrei dare ai colleghi (che comunque non mi dispiacerebbe), ma ai suggerimenti e alle critiche costruttive che potrei ricevere.

lunedì 4 luglio 2016

Un giovane coraggioso: Faraz Hosain

I fatti di questi giorni ci lasciano smarriti e sgomenti. Lascio a chi è del mestiere l'analisi e i commenti, però una cosa mi frulla in testa. E se fosse che questi giovani, quelli che compiono azioni così barbare e prive di alcun senso di pietà umana, siano solo alla ricerca di adrenalina, di emozioni forti? Nessun ideale o ideologia, nessun credo religioso, ma solo il modo di scuotere una vita banale. Se la droga, l'alcol, l'eccesso non bastano più, bisogna cercare qualcos'altro. Purtroppo c'è sempre qualcuno pronto, non certo per generosità o empatia umana, a dare un'occasione di brivido. Ma c'è anche chi, nella sua normalità, si rende capace di gesti veramente umani, perché rispettosi della propria e altrui dignità. E' il caso di quel giovane che, mentre quei terroristi suoi coetanei tiravano fuori tutta la loro ferocia e bestialità, ha scelto la via dell'umanità.

 

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