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mercoledì 28 settembre 2016

Bebe Vio: la forza di non arrendersi

Non si può non rimanere ammirati di fronte alla tenacia e alla gioia di vivere mostrata da questa ragazza a cui la vita ha chiesto tanto.
Vi immaginate dover subire l'amputazione di avambracci e gambe da sotto le ginocchia? E nonostante questo non perdersi d'animo, ma accettare le sfide più improbabili tanto da vincere la medaglia d'oro alle olimpiadi? Eccovi la storia di Beatrice Vio, una che non si arrende.

venerdì 23 settembre 2016

Motivi per amare la scuola

La Scuola che vorrei non è certo la scuola che frequento. Si può sintetizzare così il sondaggio che ho proposto ai ragazzi in questi giorni: raccontare la scuola che vorrebbero.
Molti sono stati gli alunni (sia delle medie che del liceo) a parlarmi di una scuola meno noiosa, dove ci si può muovere, scegliere le materie da frequentare, con più strumenti tecnologici e aule più grandi e con meno alunni. Qualcuno mi ha detto che la scuola non gli piace a prescindere. Il fatto stesso che esista la rende di per sé odiosa.
Ho pensato allora che molti di loro mi vedono più come un'avversaria che una persona che si mette al loro fianco per aiutarli a maturare, a sviluppare la capacità di conoscere il mondo e loro stessi.
Mentre scrivo mi viene da canticchiare "Ecco 13 buone ragioni per preferire una birra ad una come te...e un panino al salame". Beh, penso che i ragazzi sulla scuola  abbiamo più di tredici ragioni per preferirla ad altro.
Ma non c'è possibilità di aiutare gli studenti a capire che imparare può essere bello, interessante, che la fatica poi ti ripaga?

Provo ad aiutarmi con il mondo del rap.

 

mercoledì 21 settembre 2016

L'IRC e la scuola che vorremmo

Affido la mia proposta didattica alle classi del Liceo Sportivo che ho incontrato, per la prima volta, la scorsa settimana, ad una mappa che sintetizza il percorso.

 

sabato 17 settembre 2016

Il Papa: uccidere in nome di Dio è satanico

Alcuni giorni fa, durante l'omelia della celebrazione liturgica della mattina nella cappella di Casa Santa Marta, Papa Francesco, nel ricordare padre Jacques Hamel, il sacerdote ucciso in chiesa nel luglio di quest'anno da due fanatici, ha espresso un concetto molto chiaro: uccidere in nome di Dio è satanico.
Vi riporto la trascrizione dell'omelia.
[...] Gesù Cristo, il primo martire, il primo che dà la vita per noi, e da questo mistero di Cristo incomincia tutta, tutta la storia del martirio cristiano, dai primi secoli fino a oggi. I primi cristiani hanno fatto la confessione di Gesù Cristo pagando con la loro vita; ai primi cristiani era proposta l’apostasia, cioè: “Dite che il nostro dio è il vero, non il tuo [vostro]. Fate un sacrificio al nostro dio o ai nostri dei”, e quando non facevano questo, quando rifiutavano l’apostasia venivano uccisi. Questa storia si ripete fino a oggi e oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani dei tempi primi. Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo. In questa storia, arriviamo al nostro père Jacques: lui fa parte di questa catena di martiri. I cristiani che oggi soffrono – sia nel carcere o con la morte o con le torture – per non rinnegare Gesù Cristo, fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione. E questa crudeltà che chiede l’apostasia, diciamo la parola: è satanica. E quanto piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”. Padre Jacques Hamel è stato sgozzato nella Croce, proprio mentre celebrava il sacrificio della Croce di Cristo. Uomo buono, mite, di fratellanza, che sempre cercava di fare la pace è stato assassinato come se fosse un criminale. Questo è il filo satanico della persecuzione. Ma c’è una cosa, in quest’uomo, che ha accettato il suo martirio lì, con il martirio di Cristo, all'altare, una cosa che mi fa pensare tanto: in mezzo al momento difficile che viveva, in mezzo anche a questa tragedia che lui vedeva venire, un uomo mite, un uomo buono, un uomo che faceva fratellanza, non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino. E ha detto chiaramente: “Vattene, Satana!”. Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull'altare e da lì ha accusato l’autore della persecuzione: “Vattene, Satana!”.

martedì 13 settembre 2016

Dieci comandamenti per adolescenti

Alcuni consigli "presi in prestito" da don Mazzi (tratti dal sito "ilmilano35.org") che vi invito a leggere con attenzione e a far diventare vostri.

1. Cercatevi amici, coetanei, veri, impegnati, limpidi. Evitate i bulli, i doppiogiochisti, i cicciobelli, i violenti.
2. Difendetevi dalle infinite trappole nascoste nei computer, in facebook, nei telefonini.
3. Confidatevi tanto e bene con il papà. Non tenetevi segreti più pesanti di voi. (L’adolescenza è il tempo del padre).
4. Affrontate, prima dei 18 anni, una grande avventura. Solidale, faticosa, sofferta, tra i poveri del mondo (ognuno di voi è un piccolo Cristoforo Colombo).
5. Imparate a suonare uno strumento. C’è una chitarra nel vostro dna che aspetta di essere pizzicata. 6. Esercitate uno sport atletico che dia disciplina al vostro corpo e armonia al vostro spirito.
7. Nei tempi liberi frequentate attivamente una associazione di volontariato.
8. Date significato al vostro divertimento. Divertitevi evitando sballi e trasgressioni idiote.
9. Alla vostra età è importante scoprire la dimensione spirituale. Cercate Dio e non farete fatica a trovarlo. Pregatelo, annusatelo, fatelo arrabbiare, strattonatelo, piangete con Lui. Dio vi ama così!
10. Siate felici di essere minoranza. Sono sempre state le minoranze a cambiare il mondo.

Ricordatevi una cosa: ci sono tempi nei quali i padri salvano i figli, e ci sono tempi nei quali i figli salvano i padri. Siamo nei secondi tempi! Capisco che portare i padri sulle spalle non sia esercitazione facile. Ma se osserverete il sesto comandamento (vedi sopra) avrete fisico, nervi, pazienza e statura per farlo.

giovedì 1 settembre 2016

Un Dio diverso


Gli eventi di questi giorni ci interpellano, le domande si rincorrono. Dio e la morte degli innocenti; cosa si può dire?
"Dio non può essere usato come un capro espiatorio", è la raccomandazione del  vescovo di Rieti. E' molto facile infatti rivolgere lo sgomento e il dolore contro di Lui.
Vi propongo l'ultima parte dell'editoriale di Avvenire del 28 agosto di Luigino Bruni per invitarvi a cogliere la profonda differenza tra il Dio di cui ci parla la Bibbia, cioè il Dio della Rivelazione, e l'idea di dio frutto invece delle nostre proiezioni.

«Per credere in un Dio onnipotente e perfettissimo non c’era bisogno della rivelazione, bastava il naturale senso religioso o idolatrico. La Bibbia e poi l’incarnazione ci hanno rivelato un’altra idea di onnipotenza e di perfezione, ci hanno svelato un altro Dio, che si sorprende e si commuove nel vedere un figlio tornare a casa, che si sdegna per la nostra cattiveria imprevista, che rimane stupito per la fedeltà estrema di Abramo e per l’infedeltà estrema di Giuda.
Molti problemi della nostra teologia – e del nostro ateismo – dipendono dall'aver costruito un’idea di Dio astratta, perché troppo distante dalla Bibbia e dalle ferite dalla storia. Il Dio che conosciamo nella Bibbia ha sempre avuto bisogno della cooperazione libera degli uomini, degli alberi (fico), degli animali (asina di Balaam), rivelandoci una onnipotenza che ha bisogno del ‘sì’ di una giovane donna per poter diventare bambino.
Il dio astrattamente onnipotente delle filosofie, di alcune teologie e di qualche catechismo, produce soltanto un vano senso di onnipotenza nei suoi credenti e l’ateismo di chi gli chiede conto della figlia di Iefte, di Ismaele, di Dina, di Esaù, dei beniaminiti, delle due Tamar, di Uria l’ittita, di Abele, di Rachele che piange e non vuole essere consolata perché i suoi figli non ci sono più, della madre dei maccabei, di un crocifisso che non scende dalla croce e che muore veramente, quindi senza la certezza che sarebbe risorto – anche se le varie forme di gnosi hanno sempre cercato (e cercano) di mostrarci un Cristo che faceva finta di morire, e che quindi faceva anche finta di risorgere.
Quel dio astrattamente onnipotente non può che implodere di fronte ai tanti Giairo e alle tante vedove di Naim che non vedono i loro bambini morti risorgere, di fronte alle Marta e Maria che non riottengono il fratello dalla tomba, davanti ai crocifissi che non giungono al ‘primo giorno dopo il sabato’.
Il cristianesimo diventa pieno umanesimo, forse il più grande di tutti, finché sa stare (stabat) dentro il sabato santo, senza saltare troppo velocemente dal Golgota al sepolcro vuoto. Se dimentichiamo che dopo il venerdì c’è il sabato (non la domenica), non sappiamo chiamare per nome i nostri dolori, i dolori degli altri, costruiamo domeniche artificiali, e trasformiamo la passione in una fiction che non salva nessuno.
E’ il sabato il giorno della storia umana: il tempo del figlio morto, il tempo delle donne che ungono il corpo di un crocifisso, il tempo degli abbracci. È solo qui che possiamo veramente incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo, ungere le nostre e loro ferite, piangere con i nostri compagni e compagne di viaggio, imparare la fraternità del sabato santo. E poi, insieme, attendere e sperare in un altro giorno: “In quel giorno avverrà che il Signore ti libererà dalle tue pene e dal tuo affanno” (Isaia 14,3).

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