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venerdì 23 febbraio 2018

L'errore come un nuovo inizio

Quanto volte vi ho detto che non dobbiamo avere paura degli errori?
Concluse la verifiche (mi riferisco a quelle fatte online) siete sempre più interessati al voto preso che non a capire gli eventuali errori fatti. Io immancabilmente vi invito a rivedere le risposte giuste e quelle sbagliate e sottolineo sempre come sia importante capire il perché degli errori (poca attenzione in classe? fretta di concludere? argomento complicato o sottovalutato?).
Vi dico sempre che l'atteggiamento giusto di fronte ad un errore è quello di affrontarlo, di mettervisi di fronte per capire, di accettare che è possibile sbagliare e che lo sbaglio può rappresentare un nuovo inizio. Agli errori si può rimediare se si ha un atteggiamento umile e disponibile.
Nello stesso tempo, da insegnante io devo cercare di capire il vostro errore che può essere frutto anche di un approccio originale che non posso liquidare in tutta fretta con aria di rimprovero o di sufficienza.
In questo video la goffaggine e l'inesperienza del bambino diventa persino occasione per scoprire un modo nuovo di fare le cose. Della serie "non tutti i mali/errori vengono per nuocere".
Allora coraggio! Che gli errori ci servano per rimboccarci le maniche e ricominciare il cammino. Però, mi raccomando: "errare è umano, ma perseverare è diabolico". 😊

giovedì 22 febbraio 2018

Eros, philia e agàpe: tre parole per dire l'amore

Un contributo per i ragazzi del IV Liceo Scientifico Sportivo.
Vi propongo la riflessione, adattata, di Mons. Vincenzo Paglia dal Corriere della Sera (15.09.13), sui tre termini di cui abbiamo discusso a scuola.

In un mondo segnato così profondamente dalla paura e dalla solitudine, e lacerato da conflitti bellici o di civiltà, l’amore resta l’unica via per immaginare un nuovo futuro.
Si potrebbe dire: è il tempo dell’«agàpe», il tempo dell’amore per gli altri e non solo per se stessi. Appunto, un amore «agapico». Agàpe, una parola greca, fu scelta dagli autori del Nuovo Testamento per descrivere l’amore di Gesù. In quel tempo non era quasi per nulla usata poiché la cultura greca per dire l’amore preferiva i termini eros e philia.
Gli autori sacri con il termine agàpe introducevano una nuova e impensata concezione dell’amore: un amore che non si nutre della mancanza dell’altro (eros) e che nemmeno semplicemente si rallegra della presenza dell’altro (philia), ma un amore, appena concepibile dalla ragione umana, che trova il suo modello culminante in Gesù: un amore per gli altri totalmente disinteressato, gratuito, perfino ingiustificato, perché continua ad agire – ed è il meno che si possa dire – al di fuori d’ogni reciprocità. È davvero un amore fuori regola, fuori norma.
L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani afferma: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»( Rm 5, 7-8). Con il termine agàpe si esprime quindi un amore impensabile per la ragione se Dio stesso non lo avesse rivelato. L’agàpe è infatti l’essere stesso di Dio. [...] ...è la risorsa più forte per edificare un mondo nuovo liberato dalla legge inesorabile dell’amore per sé. […]
L’agàpe, culmine dell’amore, non elimina l’eros e la philia [...], ma le purifica dalle ambiguità e le esalta per una loro dinamica positiva. Nella cultura greca,eros era concepito come un dio senza volto, una sorta di divinità originaria, un principio di vita potente che strappa dalla vita quotidiana producendo una discontinuità inimmaginata nella vita di chi ne viene coinvolto. La discontinuità si presenta improvvisa, non è né progettata né voluta, e spinge con prepotenza l’amante ad annullarsi nell'amato [...].  Eros è una energia originaria che strappa via dalla casa abituale, dalla vita ordinaria. Non a caso Platone, nel Simposio, lo definisce a-oikos, senza casa. Il grande pericolo che eros fa correre è perciò quello di essere strappati via da ogni sede, da ogni dimora, da ogni casa, senza un approdo che sia stabile. Da un punto di vista non teologico cristiano, eros è pura avventura, come lo rappresentano le grandi figure, i grandi miti della contemporaneità: l’Ulisse dantesco, il Faust, il Don Giovanni, sono tutte figure che mollano gli ormeggi, perché nessuna casa può contenerli. Ma eros da solo, senza un orizzonte, non basta. In sintesi, potremmo dire, che tutti abbiamo pulsioni d’amore, tutti sentiamo spinte ad amare o sentimenti d’amore che ci muovono, ma – è papa Ratzinger a scriverlo nell’enciclica Deus caritas est – «i sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore».

La philia – che traduciamo normalmente con «amicizia» – esprime un’altra dimensione ancora dell’amore. Ordinariamente viene pensata come una forma attenuata dell’amore, un sentimento più debole, meno impegnativo, meno esigente, casto per di più, segno di una innegabile limitatezza! Molto meno cantata dell’amore, la philia è tuttavia non meno protagonista nella vicenda umana. Un bell’esempio di philia lo rileviamo nella triplice domanda d’amore di Gesù a Pietro dopo la risurrezione, quando lo interroga sull’amore. Gesù chiede al discepolo: «Mi ami?» (phileis me?). Qui non è l’eros che parla, ma un sentimento che chiede una compartecipazione stretta, duratura, perenne. È come se gli chiedesse: «Sei veramente mio, mi appartieni, ci co-apparteniamo?» Nella philia i due – e questa è la differenza fondamentale con eros – rimangono tali, non vi è una dinamica identitaria, non si risolvono in uno. I philoi sono inseparabili, ma tale appartenenza non impedisce loro di sussistere come tali nella propria identità. Anzi, sussistono perché «stanno bene insieme». Semmai, il rischio in tale dinamica è l’appagamento nella coappartenenza, una sorta di piacevole ma rischiosa chiusura. Ed ecco l’agàpe che supera ambedue, senza tuttavia escluderle. In effetti, con la parola agàpe si entra nella logica di stampo trinitario ove non c’è l’annullamento nell'altro e neppure la coappartenenza. C’è di più: la generazione di un altro nel circolo dell’amore.
La raffigurazione emblematica dell’agàpe è l’icona della Trinità di Rublev, con i tre angeli attorno alla mensa.
Agàpe è la relazione Padre-Figlio [....]. La relazione tra le prime due persone, infatti, distinte e tuttavia filoi nel modo più profondo ed essenziale, obbliga a pensare la Relazione stessa come una terza figura. L’agàpe comporta una trascendenza tra i due che è appunto la «Relazione» stessa nella sua eternità, nella sua necessità. L’agàpe è interna a questa dialettica dei due e insieme li trascende entrambi. Amante e amato si trascendono in un terzo: che è la loro «relazione». Questa è agape nel linguaggio neotestamentario e nella teologia cristiana. Il suo nome è Spirito Santo e la sua azione è sconvolgente.

mercoledì 21 febbraio 2018

No alle fake news, sì ad un giornalismo di pace

Da Popotus del 25 gennaio 2018
La prima “fake news” l’ha messa in giro l’«astuto serpente» nel momento in cui ha ingannato prima Eva e poi Adamo con argomentazioni «false e alettanti». Oggi questo «uso distorto della facoltà di comunicare» è alla base del «fenomeno delle “notizie false”», sempre più diffuse anche grazie a internet e ai social network.
Papa Francesco lo ha ricordato ieri (ndr 24 gennaio scorso), indicando chiaramente agli operatori dell’informazione – ma anche a tutti gli utenti dei mezzi della comunicazione – come fare per difendersi dal «virus della falsità»: bisogna sapersi mettere all'ascolto e «attraverso la fatica di un dialogo sincero» è necessario lasciare «emergere la verità».
I suggerimenti del Pontefice sono contenuti nel suo messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Come da tradizione, il 24 gennaio – giorno in cui la Chiesa ricorda san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti – viene diffusa la riflessione del Papa in vista della ricorrenza in programma ogni anno nel giorno dell’Ascensione, che quest’anno cade il 13 maggio.
Il tema scelto per il 2018 è: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace». La soluzione in questo caso sta proprio nel titolo, perché secondo il Papa è la ricerca della verità l’unica via per sconfiggere la diffusione di false notizie, che mette a rischio la nostra «libertà del cuore».
Ma come si cerca la verità? Prima di tutto, dice Francesco, è necessario «un sano confronto con altre fonti di informazione» e poi è molto importante saper mettere al centro le persone. La verità, spiega il Papa, non è solo «dire cose vere» ma è prima di tutto saper entrare in relazione con gli altri.
I giornalisti, quindi, hanno una grande responsabilità con il loro lavoro, perché ricercando la verità hanno la possibilità di generare fiducia e aprire vie di comunione e di pace.

giovedì 8 febbraio 2018

Creare gruppi con Keamk

Ho scoperto un generatore di gruppi casuali che utilizza criteri diversi, come il livello di abilità o il sesso dei partecipanti.
Nel caso volessimo dividere la classe in gruppi per un lavoro o qualche altra attività, basta andare su Keamk e decidere se vogliamo dividere i ragazzi per fasce di livello o per genere, oppure lasciare tutto al caso.
Si clicca sul comando Create Teams e, nel caso volessimo creare gruppi equilibrati per capacità, clicchiamo su Skill level assegnando al nome degli alunni inseriti un punteggio da 1 a 5. Se cerchiamo invece l'equilibrio tra maschi e femmine, cliccheremo su Gender.
Non è richiesta l'iscrizione ed è possibile salvare i gruppi creati semplicemente scaricando il file che si è generato in formato Excel, oppure inviandosi per posta il link della pagina con i gruppi frutto della randomizzazione.
Strumento interessante da provare.

lunedì 5 febbraio 2018

Il coraggio di essere umani

Si avvicinava il Santo Natale del 1914, primo anno di guerra. Sia sul fronte occidentale, dove ormai un’unica linea trincerata collegava il Mare del Nord alle Alpi, sia su quello orientale, si registrava – dopo sanguinosissime battaglie dagli esiti alterni – una situazione di stallo. Benedetto XV, che aveva visto naufragare il tentativo di fermare la luttuosa macchina bellica, provò agli inizi di dicembre a suggerire ai capi delle nazioni che i fucili tacessero almeno durante le feste natalizie. Ma la compassionevole proposta di una «tregua di Natale» – accettata dalla Germania, ma non dalla Francia e dalla Russia – non passò. E già il 12 dicembre l’Osservatore Romano doveva prendere atto che, in mancanza della necessaria unanimità, l’idea di un temporaneo cessate il fuoco era fallita. Troppi apparvero ai governanti e agli alti comandi militari i rischi, in un conflitto che esigeva cieca brutalità e spietatezza, di una irruzione tra le truppe di sentimenti di umanità, religiosità e fraternità. Quasi che festeggiare il Natale senza sparare un colpo, senza uccidere o essere uccisi, potesse minare la propensione al combattimento, l’odio verso il nemico e la fede incrollabile nella vittoria.
La Storia  però ci racconta di tante piccole «tregue di Natale», frutto della spontanea mobilitazione di soldati, in particolare inglesi e tedeschi che, sul fronte occidentale, uscirono disarmati dalle trincee,  camminando lentamente verso le postazioni nemiche, quasi sospinti da una forza invisibile, che era la forza  dell'umanità non ancora sparita, nonostante l'orrore e la violenza della guerra. Le testimonianze parlano di centinaia di fanti dei due eserciti che si ritrovarono nella terra di nessuno, stringendosi le mani, abbracciandosi, scambiandosi regali e cartoline, mostrandosi a vicenda le foto delle fidanzate e, persino in qualche caso, suonando, ballando e dando vita a partite di calcio con una palla fatta di stracci.  A iniziare erano stati due soldati inglesi che, dopo aver inalberato il segnale di tregua, si erano avvicinati prudentemente alle trincee tedesche. Lì erano stati ricevuti con tutti gli onori: e in cambio di fette di mince pie (un dolce tipico natalizio inglese) avevano ricevuto vino e liquori, tornando incolumi alla base. Poche ore dopo, due fanti prussiani si apprestavano a restituire la visita, ma una zelante sentinella inglese, vedendoli arrivare, li aveva arrestati puntandogli il fucile contro. L’incidente venne prontamente risolto dall’intervento di un ufficiale inglese, che accettati i doni e scambiati gli auguri, ordinò alla sentinella di lasciare che i due tornassero alla loro trincea. Non tutti gli ufficiali, specie quelli superiori, però furono condiscendenti. Gli alti comandi dell’una e dell’altra parte, colti di sorpresa da questa esplosione di umanità, andarono su tutte le furie. Non potendo punire migliaia di soldati (tale fu l’ampiezza del fenomeno), decisero di porre rimedio alla pericolosa “fraternizzazione” coi nemici a partire dalle festività successive, con tassativi divieti, rigidi controlli e avvicendando i combattenti nelle trincee alla vigilia dei giorni di festa. (Tratto e adattato da Giovanni Grasso, Avvenire di venerdì 12 dicembre 2014)

Ci vuole proprio grande coraggio nel rimanere umani quando, intorno a te, tutto sembra dirti che l'umanità è un lusso che non ci si può permettere. Eppure proprio a questo siamo chiamati: crescere in umanità. Perché l'Amore ha vinto e vincerà, come possiamo ascoltare nella canzone "Esseri umani" di Marco Mengoni..

lunedì 29 gennaio 2018

La dottrina sociale della Chiesa

Cos'è la dottrina sociale della Chiesa?
L'enciclopedia Treccani la definisce come l'insieme di principi, teorie, insegnamenti e direttive emanate dalla Chiesa cattolica in relazione ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo.
Papa Francesco ci dice che «la Dottrina Sociale contiene un patrimonio di riflessioni e di speranza che è in grado anche oggi di orientare le persone e di conservarle libere» (dal video messaggio che trovate cliccando qui). Libere da cosa? Dal diventare schiave del denaro, dal mettere il profitto al primo posto, dalle ingiustizie sociali. La Dottrina sociale insegna che la dignità della persona umana deve essere messa al primo posto, e questo non si traduce in una perdita, neanche economica, bensì, sostiene sempre Papa Francesco, «porta un grande guadagno, perché è in grado di creare sviluppo proprio in quanto – nella sua visione complessiva – richiede di farsi carico dei disoccupati, delle fragilità, delle ingiustizie sociali e non sottostà alle distorsioni di una visione economicistica».

Leggo sempre nell'enciclopedia Treccani che l’espressione Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) fu coniata nel 1941 da Pio XII,  e poi sistematicamente utilizzata, salvo una breve parentesi, dai pontefici successivi. Leone XIII preferiva parlare di ‘filosofia cristiana’ e Pio XI di ‘dottrina sociale ed economica’.
In Cathopedia trovo che la DSC non è stata pensata da principio come un sistema organico, ma si è formata nel corso del tempo, attraverso numerosi interventi del Magistero, soprattutto le famose encicliche sociali dei Pontefici, fra cui la Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI, Mater et Magistra (1961) di Giovanni XXIII, Octogesima Adveniens (1971) di Paolo VI, Laborem Exercens (1981), e Centesimus Annus (1991) di Giovanni Paolo II, tutte scritte in anniversari decennali della prima.
Tra i principali documenti del Magistero che hanno plasmato la Dottrina sociale della Chiesa c'è anche l'enciclica Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II. Ricordo che era il 1987 (il mio primo anno di insegnamento) quando uscì  e proposi ai ragazzi di una terza media di leggerne alcuni passi. Saranno stati i tempi e i ragazzi diversi, ma ho ancora viva la memoria dei cartelloni che crearono con un entusiasmo che, sinceramente, a fatica trovo negli alunni di oggi.
Anche per i ricordi personali legati a questo documento, ne ho preparata una sintesi da proporre agli alunni.